ITINERARIO GUIDATO
Si accede al castello dall’ingresso al centro del lato orientale tramite un ponte in muratura che supplisce l’antico ponte levatoio, di cui sono ancora visibili gli alloggiamenti dei bolzoni.
L’arco d’accesso, coronato da un tondo scolpito raffigurante lo stemma Pallavicino-Rangoni, immette al cortile, che il mastio ripartisce a U in tre porzioni di misure diverse.

Nei muri interni sono visibili aggiunte e rimaneggiamenti, tra cui l’apertura e la chiusura di varie finestre. Gli ingressi alle scale che conducono ai piani superiori presentano portali a bugnato rustico cinquecentesco e sotto una parte della gronda corre un cornicione aggettante con volte unghiate di tipo lombardo, in vari punti diruto.
Nel lato orientale si apre il portico a tre arcate a tutto sesto, con colonne di laterizio a sezione circolare e capitelli a scudo arrotondato.

Ampi sedili sono ricavati nelle strombature delle finestre. Il recente restauro ha restituito, sottraendoli alla pesante scialbatura, pregevoli decori tardoquattrocenteschi affrescati d’ambito lombardo: nella parete sud lo stemma di Bianca Pellegrini (torre sormontata da sole raggiante, affiancata da due bordoni, circondata da lago con anatre natanti) e le iniziali B R (Blanchina Rubea); in quella opposta lo stemma mutilo di Giovanfrancesco Pallavicino, probabilmente sovrammesso ad una precedente figurazione.

Nelle volte a vela, entro ghirlande di foglie e frutti legate da nastri svolazzanti,compaiono stemmi con emblemi rossiani celati da scudi gentilizi d’epoca successiva.

Decori affini e, come questi, pressoché coevi agli eminenti esempi leonardeschi e bramanteschi milanesi si trovano a Cremona nel portico del Palazzo comunale.
Le volte e le pareti del porticato sono inoltre costellate da rametti di nespolo con foglie, frutti e cartigli recanti il motto “già acerbo ora dolce che maturo”, quale impresa araldica.

Al frutto asprigno del mespilus germanica, commestibile solo dopo lunga maturazione, nel linguaggio simbolico degli araldisti sono associati i concetti di “sapienza, politica sagace, consiglio prudente, verace amore”.

Da una porta nell’angolo sud-est si entra nella torre che racchiude la “Sala di Griselda”.
Nella raffinata dimora signorile di Torrechiara, eretta nel 1448-1460 a presidio dell’area collinare a sud di Parma, Pier Maria Rossi aveva fatto eseguire la famosa “Camera d’Oro”, che rievoca la delicata storia d’amore con Bianca Pellegrini celebrando, al contempo, la potenza del casato attraverso la raffigurazione di tutti i castelli del feudo rossiano, dislocatì da un estremo all’altro della provincia.

Qui a Roccabianca fu invece committente delle ventiquattro scene parietali a fresco ispirate alla centesima novella del Decamerone boccaccesco: la contadina Griselda, andata sposa al marchese Gualtieri di Saluzzo e da lui sottoposta a durissime prove, che affronta con sottomissione rassegnata e pazienza incrollabile, è infine “promossa” a dignità di marchesa a tutti gli effetti.

Variamente interpretati come esaltazione della fedeltà matrimoniale o del valore della virtù, indipendentemente dal censo, sono più verosimilmente da considerare nell’ottica celebrativa di Pier Maria stesso, “astro” della stirpe rossiana, al quale i sudditi devono essere fedeli come Griselda fu a Gualtieri.

Analogamente, le figurazioni astrologiche della volta a padiglione lunettata, percorsa da sottili nervature a losanghe, sono ritenute allusive all’oroscopo di Pier Maria oppure alla data di fondazione della rocca.

I dipinti originali, attribuiti dalla Critica a Nicolò da Varallo, magister vetrarius al Duomo di Milano, ma anche a un artista cremonese nell’ambito di Antonio da Cicognara, furono staccati nel 1897 e dopo alterne vicende ricomposti negli anni ’60 nel Castello Sforzesco di Milano.

In loco se ne ammirano le copie perfette eseguite nel 1997-99, con intervento reversibile, dall’artista fidentino Gabriele Calzetti (1953-2000), dietro impulso del proprietario e di autorevoli esponenti del mondo culturale parmense.

L’itinerario prosegue nell’ala sud: il primo ambiente, privo di decori, è la Sala storico-iconografica(allestimento in corso), con un apparato esplicativo di documenti, sia originali sia in copia, che sintetizza la storia della famiglia Rossi, del territorio e del castello.

Seguono tre sale con soffitti lignei cinquecenteschi recanti ancora i decori originali, assieme a fregi parietali dipinti, databili entro il primo quarto del sec. XVII.

Nella prima e nella seconda, tra cariatidi, telamoni e coppie d’angeli affrontate a mostrare scudi con stemmi nobiliari civili ed ecclesiastici (Medici, Rangoni, Farnese ed altri), si vedono paesaggi con borghi e fortificazioni.

Sono i castelli e le ville del feudo di casa Rangoni tra cui Spilamberto, San Cassiano, Denzano e Castelnuovo.
Nell’ultima stanza compaiono anche figure allegoriche e scene di caccia e nel soffitto, entro uno scomparto ligneo, un angelo tibicine (la Fama) che nella mano destra ha uno stendardo raffigurante lo stemma Rangoni e nella sinistra una grande conchiglia con il motto IAMDIU VALORE LUCESCIT (Nel tempo risplende per valore).

Completano il decoro delle sale quadri sei-settecenteschi e mobili d’epoca di varie provenienze.
Nei sotterranei del castello sono Visitabili le cantine dove avveniva l’invecchiamento di distillati e liquori tradizionali.

Progressivi interventi di restauro sono previsti nelle stanze a nord e a ovest, che conservano pregevoli soffitti lignei e dove non si escludono nuove importanti scoperte.
La definitiva sistemazione degli arredi e delle collezioni museali in questo settore, che comprenderà un museo della distilleria, e in fase di ordinamento.

Sala di Griselda
Veduta del portico
Sala dei feudi particolare.
Sala dei quattro elementi, particolare.